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Scritto da Serra Zanetti, Paolo   
Lunedì 02 Luglio 2012 00:00

Lettera a "Piazza Grande"

don Paolo Serra Zanetti

Maggio 1996

 

(Da: "Piazza Grande", maggio 1996)

Sono ormai molti anni che mi trovo nella situazione che ha dato origine alle proteste pub­bliche di questi ultimi giorni. Si è trattato, credo di poter dire, del desiderio e del bisogno di avere un'attenzione diretta verso chi si trova in condi­zioni di disagio, prevalentemente di tipo economi­co, legato spesso a storie personali dolorose, non di rado a inquietudini e turbamenti psicologici, e, certo, in questo e quel caso, anche a responsabi­lità personali; ho creduto, insieme, di non potere - o di poter ben poco - giudicare sugli errori altrui. Ho avvertito - e avverto - l'urgenza di essere, per quanto possibile, accogliente, di non dare a nessu­no la sensazione di venire allontanato, rifiutato; in caso di incertezza, ho generalmente preferito correre il rischio di sbagliare cedendo a una richiesta piuttosto che rifiutando.

Dio solo sa quanto c'è di autentico e giusto in questo mio comportamento; se qualcosa di buo­no ho potuto fare qualche volta, è stato se e quando ho effettivamente seguito una parola antica e nuova come "Amerai il tuo prossimo come te stesso"; ma non voglio farmi illusioni, non posso presumere niente, posso e devo sperare in una bontà più grande che mi precede e, se sono docile, mi sostiene.

Il modo in cui ho vissuto questa urgenza, questa necessità, è certamente criticabile; io stes­so più volte ho provato disagio, ho avvertito qualcosa di poco equilibrato, talora di alquanto disordinato.

Al desiderio di essere amico, semplicemente e concretamente, delle persone - cominciando da chi si presenta più povero e debole - ha corrispo­sto una realizzazione molto inadeguata, spesso confusa, quasi sempre disorganizzata, talora portatrice di complicazioni per altri. Questo è in parte dovuto al mio genere di vita, in cui ho tentato di tenere insieme un'attività "intellettuale" decisamente impegnativa ed un rapporto molteplice un po' pervasivo con perso­ne alle prese quotidianamente sul come "sbarcare la giornata". Forse avrei dovuto saper decidere più nettamente; perché, nelle mie condizioni at­tuali, non potrei vivere a tempo pieno con i poveri, per i poveri; così è accaduto che il mio modo di dare una mano - non certo con la pretesa di risolvere problemi che sono troppo ardui anche per le strutture di una società avanzata - si è risolto prevalentemente nel dare qualche soldo, venendo incontro a più o meno piccole necessità e dando certamente luogo a qualche ambiguità; non ho tenuto abbastanza conto di richiami e suggerimenti di "gestire" le cose un po' diversa­mente, con un po' più - perché no - d'intelligenza; non mi sono abbastanza preoccupato di alcuni disagi che arrecavo ad altri, a partire dalla mia parrocchia e da persone del quartiere che espri­mevano lamentele per episodi sgradevoli; perché ve ne sono stati - anche se, in complesso raramen­te, mi sembra-, causati soprattutto da qualche sovrabbondanza di bevande alcooliche (non tutti i bevitori sono santi, per ricordare il bel racconto di Roth...); ed anche al Dipartimento Universitario dove lavoro c'è stato più volte un viavai non studentesco che ha generato qualche perplessità. Non ho saputo far di meglio, e certo con qualcu­no, con parecchi, mi devo scusare; mi devo scusare con qualcuno a cui ho imposto, credo senza volerlo, dei pesi con questa mia "attività"; mi devo scusare con molte persone bisognose che ho trattato con sbrigatività e superficialità. E devo ringraziare molti umili amici che mi hanno dato la possibilità di riflettere meno sommariamente, superando forse alcuni pregiudizi, sulla fatica e qualche gioia del vivere di ogni giorno. Spero vivamente che la presente occasione possa aiuta­re, me e tutti quanti siamo coinvolti in questa vicenda, per un impegno più serio, più esigente, più profondo.

Un giorno qualcuno ha detto "I poveri li avrete sempre con voi"; non certo per rassegnarsi al peggio, ma per "inventare", con umana attenzione e dedizione, qualcosa che aiuti a vivere, a respirare, a sperare; perché ci si possa guardare in faccia senza paura, senza vergogna, senza sottin­tesi amari, ma con quella volontà di bene che è, in definitiva, espressione dell'unica resistente e con­vincente e coraggiosa speranza.

Ultimo aggiornamento Venerdì 06 Luglio 2012 15:39