Intervento per la intitolazione della via "don Paolo Serra Zanetti"

17 marzo 2018 : 14° anniversario della morte di don Paolo Serra Zanetti

Pier Giorgio Maiardi

Don Paolo Serra Zanetti, prete, uomo di studio, amico di tutti e, soprattutto, amico dei poveri. Qualcuno si è chiesto perché intitolare a don Paolo Serra Zanetti una via cittadina: la dimensione di don Paolo è un’altra, si può pensare, e dovrebbe essere celebrata su un piano più spirituale….

Noi crediamo invece che don Paolo, che nasce a Bologna nel 1932, e a Bologna vive, è prete, studia, opera e a Bologna muore 14 anni fa, il 17 marzo 2004, proprio per la sua vita e la sua testimonianza evangelica, sia da ricordare come un cittadino esemplare:  un cittadino assolutamente rispettoso delle istituzioni, non sovversivo e tuttavia innovatore e rivoluzionario perché “chi segue il Vangelo, ha detto qualche giorno fa il card. Bassetti a proposito di S.Francesco, è al tempo stesso libero e obbediente, ribelle e docile, folle e appagato”, questo direi che è il ritratto di don Paolo. Cittadino esemplare perché ci insegna a vivere il rapporto con gli altri: attento verso ciascuno e verso tutti, senza alcuna distinzione di ceto e di cultura, disponibile ad ascoltare prima che a parlare, rispettoso per le idee di ciascuno, amico dei diseredati ma non solo di questi e tanti di noi, tanti dei suoi colleghi e dei suoi studenti lo possono testimoniare. Don Paolo non fa dell’incontro con l’altro, con il diverso, un incontro di paura, di diffidenza, di difesa e quindi di conflitto ma ne fa una occasione di scoperta interessata, di dialogo per capire e per offrire attenzione, carità e amicizia. Non dà a nessuna delle persone che incontra la sensazione di indifferenza, di insofferenza, di venire allontanato o di essere rifiutato. Don Paolo non si scontra con chi non la pensa come lui, non condanna le persone, le idee ed i comportamenti diversi dai suoi ma scopre e trae ciò che di buono e di positivo può esserci in ogni persona, in ogni idea, ed in ogni evento. Credo che queste siano le condizioni indispensabili per costruire la vita di una comunità cittadina pacifica e costruttiva. E queste sono le caratteristiche che fanno di don Paolo un uomo di pace: un uomo mite ed umile di cuore ma  forte e coraggioso, che non si ritira di fronte alla contestazione, e non si assimila e non si omologa ai modelli del mondo, senza mai alzare la voce, senza alcuna arroganza, supponenza e presunzione, e ciò nonostante il suo grande bagaglio culturale che avrebbero potuto farne motivo di differenziazione e di separazione dagli altri.

Questa probabilmente è la strada di annuncio del Vangelo, quella a cui oggi ci richiama Papa Francesco, quando parla di Chiesa in uscita verso le periferie, di una Chiesa che viene percepita come autorevole e degna di ascolto quando vive con le persone condividendo le situazioni senza imporre la propria diversità a senza farsi controparte: qualche giorno fa, ricordando i fatti avvenuti all’Università negli anni ’70, quelli degli scontri violenti e delle contrapposizioni, del rifiuto di ogni istituzione, della pubblica contestazione alla processione del Congresso Eucaristico del 1977 e quindi alla Chiesa istituzionale, qualcuno testimoniava che don Paolo, impegnato nel servizio alla pastorale universitaria, trovava ascolto, rispetto ed attenzione in assemblee studentesche, tutt’altro che pacifiche.  Don Paolo: strumento di una Chiesa autorevole perché segno di Dio che si fa persona per condividere la vita degli uomini, accanto agli uomini.

L’appartenenza di don Paolo alla comunità cittadina, a tutta la comunità, non ad una classe o ad una categoria, ed il ritrovarsi di tutti nella sua persona, è dimostrato, alla sua morte, avvenuta nel 2004, all’età di 72 anni, nel funerale celebrato nella Cattedrale di S. Pietro gremita, nonostante fossimo in piena estate, di ogni genere di persone, dal docente universitario all’analfabeta, dall’importante esponente della pubblica amministrazione all’emarginato, dal borghese al senza dimora: credo che non si fossero mai visti tanti emarginati e senza dimora in Chiesa come quel giorno.

Segni di questa appartenenza alla città possono essere ora due eventi all’apparenza difficilmente conciliabili: l’avvenuta intitolazione a don Paolo di un’aula universitaria, segno dell’alto grado della sua cultura e della qualità della sua attività di docente e la intitolazione di questo tratto di strada dove ha sede il dormitorio pubblico, il luogo dei senza dimora a cui don Paolo spesso accompagnava qualche amico incontrato per strada. Di quest’ultimo riconoscimento ringraziamo il Comune di Bologna e, in particolare, l’Assessore Virginia Geri che presiede la Commissione toponomastica e che qui rappresenta anche il Sindaco.

Dovremmo guardarci, però, dal pericolo di fare di don Paolo un mito, un modello inimitabile da relegare nei fenomeni da guardare con ammirazione e meraviglia ma impossibili da imitare perché fuori dalla realtà, fuori dalla normalità del mondo: don Paolo, amico rispettoso di ognuno di noi, ci indica come dare un senso ed una prospettiva di speranza alla nostra vita di relazione a partire dalla nostra condizione, qualunque essa sia, per rendere migliore il nostro mondo, la nostra comunità cittadina.  Vorrei, a questo proposito, concludere questa breve memoria riportando integralmente la chiusura della lettera che don Paolo indirizzò a Piazza Grande nel 1996: “Un giorno qualcuno ha detto ‘i poveri li avrete sempre con voi’; non certo per rassegnarsi al peggio, ma per ‘inventare’, con umana attenzione e dedizione qualcosa che aiuti a vivere, a respirare, a sperare; perché ci si possa guardare in faccia senza paura, senza vergogna, senza sottintesi amari, ma con quella volontà di bene che è, in definitiva, espressione dell’unica resistente e convincente e coraggiosa speranza”.

---------------------

Vedi articolo: A Bologna c’è una “via don Paolo Serra Zanetti”!