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Scritto da sorella Emanuela Ghini o.c.d.   
Mercoledì 24 Marzo 2021 19:30

Un ricordo dal Carmelo "S. Teresa",  Savona

sorella Emanuela Ghini o.c.d.

Carmelo "S. Teresa", Savona, Epifania 2012

Conobbi Paolo Serra Zanetti in modo del tutto casuale a una conferenza del card. Pellegrino su sant'Agostino in un ambiente di Bologna, forse universitario, doveva essere la fine degli anni '50.

Paolo era ancora laico. Capitammo seduti accanto e si aprì un dialogo serrato sui Padri e su Agostino. Mi colpì subito la congenialità non tanto o non solo di interessi, quanto di passione per l'universo patristico e l'attenzione profonda e delicata di Paolo.

Egli era già noto tra gli studenti per la sua grande serietà e anche per la noncuranza del suo abbigliamento che proprio per questo, in lui così alieno dall'apparire, diveniva e lo rendeva singolare. Io non l'avevo notato, se non per un cappotto lunghissimo che anche ai più distratti era impossibile passasse inosservato.

Quella sera iniziammo, nella luce dei Padri, a riconoscerci. Non ci saremmo più dimenticati l'uno dell'altro.

Senza saperlo, stavamo vivendo negli stessi anni l'ascolto della nostra vocazione. Esso era troppo importante per consentirci altro, ci assorbiva del tutto, e io cominciavo a entrare nelle acquisizioni di grazia che Paolo doveva aver ricevuto tanto prima e tanto meglio di me: l'intuizione soprattutto che la vera comunicazione, non soltanto la comunione, è oltre il linguaggio e che dove c'è l'unità di intenti donata da Cristo bastano pochi segni per realizzarla.

La nostra conoscenza è cresciuta nella comune frequentazione della Piccola Famiglia dell'Annunziata di don Giuseppe Dossetti, che stava nascendo in quegli anni e aveva a S. Luca la prima sede delle cinque o sei sorelle che allora la costituivano: Agnese, Maria, Agata, Cecilia, Anna, al cui ingresso fui presente...

Incontravo Paolo alla messa celebrata da "don Giuseppe". Fu lì che vidi la famosa borsa che egli portava sempre con sé e lo rendeva inconfondibile: una cartella piena di libri, color marrone come il lungo cappotto. Arrivava, poneva la cartella accanto a sé e si inginocchiava. Lui stesso ha ricordato in seguito queste messe nella comunità di don Dossetti e il suo percorso vocazionale.

L'eucaristia era preceduta dalla celebrazioni delle Lodi, e data l'ora mattutina, non era molto frequentata. Alle sorelle presenti nella casa si univano i pochi fratelli e i coraggiosi che arrivavano a san Luca dalla città, nessuno in macchina. Il mezzo di locomozione più veloce era la Vespa, ma si saliva anche a piedi.

Ci si salutava con un cenno e un sorriso, Paolo abitualmente tornava prima a Bologna, per non disturbarmi mi faceva un rapido segno di addio, rivedo il suo capo un po' inclinato, come lo teneva spesso, e la grande dolcezza dello sguardo.

Eravamo uniti dalla consuetudine alla preghiera comune, dalla frequentazione assidua, a cui don Giuseppe ci educava, della parola di Dio. Davvero la nostra comunione da laici fu ridottissima ma bastò a renderci, più che amici, fratelli.

Per consiglio di don Giuseppe da un lato e di Mirella (Tina) Manferdini dall' altro non salutai don Paolo quando lasciai Bologna per entrare al Carmelo, come non salutai nessuno, al di fuori della mia famiglia e della Piccola Famiglia di Dossetti.

Sapevo di affrontare una vita molto dura per il mio fisico sano ma di complessione delicata per l'aspetto penitenziale allora in vigore al Carmelo e temevo di non essere giudicata adatta a vivere la vita carmelitana. Presumo che dagli amici comuni, i monaci di don Giuseppe, Paolo abbia saputo subito della mia partenza.

Il noviziato carmelitano degli anni '60 consentiva rapporti soltanto con i familiari, rimasi quindi in silenzio vari anni anche con lui. Seppi però da Luigi Bettazzi, amico-fratello di entrambi, che nel 1963 Paolo era diventato sacerdote, ordinato da lui stesso, consacrato vescovo da soli tre mesi. Nel 1967 alla celebrazione dei miei voti definitivi, partecipò anche, a nome di don Giuseppe, don Umberto Neri, che mi portò il saluto di don Paolo.

Non ricordo come, durante un mio ricovero all'Ospedale Maggiore di Bologna negli anni 70, don Paolo seppe della mia degenza e venne a trovarmi: era la prima volta che lo incontravo da sacerdote. Fu un incontro molto bello e allegro, in cui riandammo agli anni di San Luca, agli amici comuni, alla paternità di don Giuseppe. Col tono modesto che gli era abituale Paolo mi parlò dell'influsso già allora poco educativo della televisione, pure in minima parte necessaria a un sacerdote per stare in ascolto delle voci della cultura dominante. Rammento disse che non era facile difendersi dalla sua invasività, che occorreva una disciplina, perché la TV cattura.

Parlammo a lungo di Ignazio d'Antiochia, il padre che aveva affascinato entrambi da laici, al punto che ne conoscevamo passi a memoria. Ci promettemmo di restare in qualche moderata comunicazione, al di là di quella indistruttibile della preghiera.

Fu così che qualche volta gli scrissi, e poi ci incontrammo di nuovo nello stesso ospedale quando vi tornai. Mi affidò i suoi poveri -- ma seppi solo da altri quanti fossero -- e mi parlò della necessità di una chiesa povera, che più che la promozione della cultura pensasse alla promozione umana degli ultimi.

Le sette lettere che mi scrisse dal 1978 al 1989 lo mostrano al vivo: lo studioso totalmente umile, il sacerdote dimentico di sé, l'uomo di Dio, il cristiano che nell'amore di Gesù si volge verso tutti, specialmente i più abbandonati. Il consolatore che dalla parola amica trae la fiducia da donare a ciascuno.

Paolo aveva, per ogni forma di povertà e di debolezza, il tocco penetrante della consolazione dello Spirito, donata nello stile sobrio, nell' attitudine accogliente e pure solitaria propria del monaco. Amico di tutti, anche di persone prive di equilibrio - mi parlò più volte di una malata psichica che gli telefonava anche in piena notte perché lui la calmasse - era un solitario nel fondo, innamorato della vita monastica, della preghiera continua. L'uomo colto, il filologo minuzioso, il docente di letteratura cristiana antica, filologia ed esegesi neotestamentaria nell'Università di Bologna -- 600 pagine raccolgono la metà dei suoi studi...-- erano messi a tacere, si direbbe meglio sommersi dall'uomo evangelico, umile e forte della forza invincibile dell'umiltà, al servizio di tutti. Mai padre - non chiamate nessuno padre sulla terra (Mt 23,9) -, non mandava benedizioni a chi gli scriveva, era lui stesso la benedizione dolce e discreta dello Spirito che da lui irradiava e arrivava come balsamo su ogni pena. Diceva citando il vescovo Cipriano: Il Misericordioso invita a usare misericordia.

La sua carità, che fu amorevolmente ma realisticamente definita da Ivano Dionigi dissennata, gli procurò anche incomprensioni e difficoltà, fino a indurlo a chiederne scusa: scusate, se do' una mano ai poveri, ma non a limitarla, così come non gli attenuò la frequentazione dei fratelli evangelici, né l'ampiezza dello spirito ecumenico e l'attenzione ai rapporti interreligiosi.

Mi diede la notizia della morte di Paolo, in lacrime, Giancarlo Gardi, cognato di Luigi Bettazzi, amico di Paolo dalla giovinezza. Era corso in ospedale per salutarlo, appena aveva saputo che era grave, ma Paolo era appena spirato. Aveva potuto salutarlo invece "don Luigi", e dargli una benedizione che, come poi mi disse, aveva piuttosto ricevuto dal morente, sereno e sorridente.

Alle esequie di Paolo Serra Zanetti era presente, con rappresentanti del mondo civile, politico, religioso, tutto il Dipartimento di Filologia classica e medievale dell'Università di Bologna, che salutava lo studioso e l'amico. Ma era presente anche, con tutti i suoi innumerevoli amici, la folla dei senzatetto della città, che Paolo aveva beneficato fino alla morte, dando realmente tutto se stesso.

Piangevano a dirotto abbracciando la bara (Carlo Lesi), testimoni ultimi e primi dell'amore che solo l'Agnello di Dio, di cui Paolo Serra Zanetti aveva ricalcato le orme, è il cuore vivo della Chiesa dei poveri che tutti costituiamo.

La lettera più bella che Paolo mi scrisse, e che non conservai, da un lato per le onde distruttive che talvolta assalgono i monaci, dall'altro, direi soprattutto, perché mi pareva troppo intima e mia -- fu comunque uno sbaglio -- fu quella in cui mi fece la cronaca delle esequie della mia mamma, alle quali concelebrò.

Rammento una descrizione sobria ma minuta e delicata dell'eucaristia, dei celebranti, la sintesi dell'omelia, il richiamo personalizzato ai miei fratelli e a me. Per lui, che aveva per la sua mamma una devozione commovente e che ne parlò quando essa mancò con accenti indimenticabili -- sarebbe mancata sei anni dopo la mia --, il riverbero della celebrazione delle esequie della mamma di una sorella che vi aveva partecipato, come monaca, solo da lontano, fu la volontà di rendermi partecipe della serenità di un addio pervaso di speranza, come per assicurarmi di una premura materna che non si cancella più.

Una premura per tutti che Paolo Serra Zanetti continua a donare a chiunque l'incontri ora, nelle sue parole quiete e fonde, luminose della vita che non passa.

Se fosse possibile, e non lo è, richiamare con una sola parola il suo carisma, si potrebbe dire che è stato, e continua a essere mediante i suoi scritti, il carisma della consolazione.

Ivano Dionigi l'ha mirabilmente espresso nell'annuncio della morte del grande collega e amico, ricordandone con gratitudine, ammirazione e nostalgia le eccezionali qualità di uomo, sacerdote e studioso che ha formato e confortato tutti coloro che lo hanno conosciuto.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 24 Marzo 2021 19:42