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Scritto da Yann Redalié   
Lunedì 20 Marzo 2006 00:00

LA CARITA’ NON AVRA’ MAI FINE

In ricordo di Don Paolo Serra Zanetti

L'agapè o la via esagerata (1Co 13)

Yann Redalié

20 marzo 2006, Cinema Castiglione, BO

Introduzione[1]

Nella prefazione alla raccolta degli scritti di Don Paolino La speranza resistente[2], Luigi Accattoli, ricorda la sua figura come "cultura e timidezza fatta uomo, come voce sottotono che non chiede ascolto per sé, che vuole riflettere la Parola". Ricordare Don Paolino non può dunque prendere la forma dell’agiografia, è il servizio della Parola che deve essere ricordato. Nella stessa raccolta troviamo, nella lettera a Giancarla (maggio ’98) dopo l’improvviso arresto cardiaco, l’espressione da parte di Don Paolino della semplicità gioiosa e riconoscente di ritrovarsi “così largamente e affettuosamente 'benvoluto', nel giorno in cui si è avvertito all’improvviso che potevo essere sulla soglia dell’uscita dalla scena di questo mondo".

Il servizio della Parola e degli altri, certo, però anche questa sensibilità all’amicizia e il riconoscimento che è bello essere amati. E’ sotto questa doppia luce - la dedizione totale alla parola e agli altri e l’amicizia condivisa con gioia - che propongo di rileggere con voi l’elogio dell’amore di 1Co 13, che dà anche il titolo a questa serata: "la carità non avrà mai fine".

E’ un testo molto vicino a Don Paolino, che ritroviamo più volte nei suoi scritti, quando parla dell’elemosina, quando parla di verità e amore in un’omelia di matrimonio, quando riflette sulla morte e la speranza e s’interroga a proposito di un passaggio della Peste di Camus sulla solidarietà, sulla Signoria di Cristo come Signoria per la libertà dell’uomo, essendo l’amore il primo frutto dello Spirito senza il quale nulla resiste (Speranza 84). Anche quando non si riferisce esplicitamente al testo sembra viverlo. Così per esempio, sempre nella prefazione della raccolta, Luigi Accattoli (Speranza 6) richiama un elenco di espressioni tipiche di Don Paolino per caratterizzare l’agire e la vita credente: “bontà pronta e paziente”, “umile sorpresa e gratitudine”, “intensissima umile gioia”, “emozione grata”, “stupore riconoscente”, “sobria allegrezza”, “sobria ebbrezza” del credente “umilmente felice”, un elenco che appunto fa pensare alla seconda strofa dell’elogio all’amore (1Co 13,4-7) che ne sintetizza, con la pluralità di aggettivi e avverbi, gli aspetti positivi e negativi - L'amore è paziente, è benigno; l'amore non invidia, non si mette in mostra, non si gonfia. Non è solo un'esortazione, lui l’ha vissuto e trasmesso.

Una digressione centrale, un enigma, la via "esagerata"

In 1Co 13, Paolo apre una digressione in stile lirico all’interno di una riflessione sull’uso corretto dei carismi, dei doni spirituali, nel culto della chiesa di Corinto. Carismi ed esperienze religiose che fanno certo la ricchezza di una comunità, ma che rischiano anche di staccare la comunità dalla sua incarnazione. Soprattutto se si fa a gara nella ricerca dell’esperienza più alta o più forte.

Ciò che si presenta formalmente come una digressione nel discorso dei cap 12-14 sui carismi nella comunità di Corinto, diventa però il vero centro del discorso. Paolo offre una prospettiva di superamento delle manifestazioni della vita religiosa, propone una nuova dinamica nel considerare i carismi, i doni spirituali, le esperienze religiose.

La prospettiva si apre su un paradosso “Ricercate ardentemente i doni più alti!” (1Co 12,31). Bisogna ricercare ciò che è puro dono, gratuità, che sfugge ad ogni tendenza possessiva? Il paradosso si prolunga in un annuncio intrigante: “Ora vi mostrerò una via, che è una via ancora più eccellente” (12,31). Che cos’è questa via misteriosa e straordinaria? Non mancherà di attrarre la curiosità dei Corinzi ghiotti di esperienze religiose spinte e straordinarie[3]. Una via che supera tutte le altre, Paolo usa la parola “hyperbolè”, una via esagerata. Sono state date molte interpretazioni all'espressione.

Potrebbe trattarsi di una via inaccessibile, quella del gesto che viene da altrove, il gesto dell’amore di Cristo che porta alla croce. Un amore che fonda l’identità credente, un amore tale che le sole fede e speranza possono recepirlo, un amore che all’ultimo giorno rimarrà. Oppure, al contrario, si tratta di un elogio della vita ordinaria che sgonfia il gusto di prestazioni e di “record” religiosi dei Corinzi. Una via dove non si incontrano degli eroi, ma delle sorelle e dei fratelli. Una via dove l’amore, anche se viene da Dio, è amore tra umani, accessibile, praticabile. La via dei momenti umili e quotidiani, dei gesti semplici. Uno si chiede anche se Paolo non prescriva il sintomo. Annuncia l’eccesso, lo straordinario: “amare”! che poi, in fin dei conti, non coronerà la piramide delle prestazioni religiosi confermandone le gerarchie, bensì smaschererà e sgonfierà la gara alla prestazione dei Corinzi.

Queste due prospettive, la via inaccessibile che viene dall’esterno e quella ordinaria dei gesti umili, suggeriscono forse che con l’amore s’incrociano il più comune con il più eccezionale[4].

Comunque sia c’è un clima enigmatico, in questo inizio dell’elogio della carità. E questa tonalità di enigma che ti interroga, pervade l’insieme di questo elogio della carità, dell’amore, dell’agapè. Tanto per cominciare, questa via più eccellente al cuore dei doni spirituali ricevuti, viene presentata senza che, da nessuna parte in questi tredici versetti, vengano menzionati né Dio, né Cristo, né lo Spirito.

Un elogio in tre strofe

Il discorso si presenta come un elogio dell’agapè (amore, carità) vicino al discorso sapienziale. Elogio, encomio in tre strofe, nel quale Paolo sottolinea dell’amore l’assoluta necessità (1° str.), l’intrinseca bellezza e dignità (2° str.), l’intramontabile durevolezza (3° str.). Il termine “Amore” è preso in modo assoluto, non specificato come altrove in Paolo[5].

Forse dobbiamo lasciare la parola agapè un po’ come una cifra, aspettando di vedere come apparirà in questo elogio. E poi perché l’”amore” crediamo di sapere che cos’è. E la “carità” lo stesso, il termine è diventato troppo connotato di pratica caritativa e di condiscendenza. E’ anche importante rilevare come l’amore di Dio non abbia a disposizione altre parole che quella dei nostri amori, anche i più ambigui[6].

Nella prima strofa, il protagonista, l’Io (ego), evoca l’agapè che non c’è. C’è il disegno della sua importanza nella misura nella quale, al top delle sue performance e delle sue qualità, l’Io scopre di non essere niente senza l’amore. Nella seconda strofa (v. 4-7) l’agapè appare sulla scena, che attiva attraverso quindici verbi. Nella terza strofa, infine, si entra nel tempo, con ciò che è provvisorio e ciò che rimane, si entra nella prospettiva della storia, aperta dall’apparizione dell’amore. Una storia che si compie nel faccia a faccia con Dio.

Prima Strofa

Per tre volte, nella prima strofa dell’elogio, Paolo ripete, come un ritornello, “se non ho l’amore”, come un inno all’amore mancante, all’amore latitante. Colpisce ancora il ritmo dei versi di questa strofa. Come un saggio o come un mistico, con questo amore mancante, Paolo propone qualcosa come un indovinello. Che cosa sarà dunque questa agapè senza la quale tutto è niente? Perché senza di essa Io non sono niente? Un non so che, senza il quale il mio tutto non è niente. Non sono niente[7].

Il soggetto è "Io" (ego) che, certamente comprende i Corinzi nel loro desiderio di doni spirituali, il parlare in lingue, la profezia, la conoscenza, la fede. Ma in questo "Io" si ritrova anche l’"Io" di Paolo e il suo desiderio più volte espresso di essere un uomo di fede, dedito alle sue comunità, pronto a perdere tutto per Cristo (Fil 3,8), pronto a spendere tutto, e se stesso, per l’anima della sua comunità.

I doni dei quali si parla in questi tre versetti sono dei doni eccellenti, il massimo che si possa aspettare dalla vita religiosa. Il meglio del dire - parlare la lingua degli angeli -, il meglio del sapere e del credere - la conoscenza di tutti misteri, la fede che sposta le montagne -, il meglio dell’agire, rinunciare a tutto, spogliarsi di tutto - dare tutto, dare se stesso. Eppure la constatazione finale è il nulla. Allora si fa più forte l’interrogativo: che cosa sarà allora questa via più eccellente senza la quale i doni migliori sono senza sapore? Quando Paolo suggerisce che uno potrebbe dare tutto il suo avere, tutti suoi beni e dare se stesso, senza amore, spinge il paradosso fino in fondo.

L’"Io" dei Corinzi, e anche quello di Paolo, sono spinti fino al fondo di ciò che hanno di meglio, oltre il parlare in lingue, il dono di profezia, la conoscenza dei misteri, la fede perfetta, la generosità assoluta. Ora, senza questo “non so che” chiamato agapè, l’"Io" non è niente. Senza questa agapè la generosità più grande, la dedizione più assoluta, non sono di nessuna utilità.

Quando Don Paolino riflette sull’elemosina, sulla sua dignità, come amore “fattivamente attento”, che può però anche diventare solo un alibi (Speranza 31-34), ricorda alla fine che Paolo formula la critica nel cuore stesso di ciò che si presenta come la carità praticata fino in fondo - dare tutto -, enunciando l’ipotesi estrema, appunto, che “qualcuno potesse distribuire tutte le sue sostanze senza essere mosso e guidato dalla carità” (1Co 3,3; speranza 34).

Ma l’amore non è la competenza che manca per riuscire. All’"Io" non viene detto "se non ho l’amore non ce la faccio, non ci riesco". Bensì "non sono niente". La mancanza dell’agapè viene messa in relazione all’essere del soggetto. Senza l’agapè, fare tutto è non essere niente. E’ la fonte dell’identità che è in questione. “Amo dunque sono, o piuttosto, siamo”. Tutto potrebbe essere raggiunto anche l’impossibile, i misteri, spostare le montagne, l’amore però è altrove[8].

Nella prima strofa l’"Io" di Paolo e dei suoi destinatari viene portato al punto limite nel quale si può solo riconoscere la propria vanità, inutilità, inanità. Come in un annientamento, in una morte di se stesso che apre lo spazio alla seconda strofa, dove apparirà questa forza, l’agapè; un altro "Io" in me, che compie la sua azione vivificante[9]. L’amore non è un bene che si acquisisce come altri, non è dell’ordine del fare, del sapere, neanche del credere. L’amore ha a che fare con la nascita di un essere nuovo.

Seconda Strofa

Nella seconda strofa non c’è più pronome personale, se non per negare il ripiegamento su se stesso – l’agapè non cerca le cose proprie (il proprio interesse, v. 5) –; così come il “tutto” ripetuto quattro volte in v. 7 insiste sul non ripiegamento su se stesso. L’agapè sola occupa la scena, personalizzata, soggetto dei verbi.

La pazienza apre l’elenco, subito messa in relazione con la bontà. Pazienza e bontà s’interpretano. “L' amore è paziente, è benevolo” (v. 4). L’ultima proposizione della strofa afferma la stessa qualità di pazienza: l’agapè tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (v. 7). La pazienza è avere il soffio lungo, il respiro profondo, il tempo di prendere fiato[10].

Tra queste espressioni che mettono l’accento sulla pazienza, l’azione dell’agapè si declina con nove verbi tutti (salvo l’ultimo) contrassegnati da una negazione: non è invidiosa, la carità non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell' ingiustizia, ma si compiace della verità. La negazione prende di mira il gonfiarsi, essere gelosi, invidiare, su tutto quello che considera l’altro come ossessione oppure come indifferente.

L’elenco dei verbi al negativo si conclude nell’abbraccio gioioso tra il rifiuto dell’ingiustizia e la condivisione della verità, che apre alle quattro espressioni finali: tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (v.7). L’agapè trascende i nostri amori inquieti, sospettosi, condizionati, esigenti, come se alla fine del lungo elenco negativo e critico, la tensione appassionata lasci spazio all’attenzione e all’attesa preparate da pazienza e bontà e poi da verità[11]. Una reazione positiva di fiducia e perseveranza di fronte a tutto ciò che mette a dura prova la resistenza della persona.

C’è trasfigurazione del desiderio oltre i propri limiti. C’è il paradosso dell’Atto divino in noi in misura del nostro assenso più libero e gratuito. Quando al di là di tutto quello che gonfia ed è alla ricerca di se stesso, avviene il consentire alla grazia divina. Quando parla così dell’agapè Paolo raggiunge l’esperienza che lui stesso descrive altrove dove l’umano viene raggiunto dalla grazia, dal dono di sé di Cristo. In un certo senso, si riconosce nell’apparizione dell’agapè sulla scena, nella morte e la resurrezione dell’"Io". L’agapè, come soggetto di questi verbi, è come Paolo indica la presenza di Cristo in noi[12] secondo la formula di Ga 2,20 Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! Questo svuotamento, per essere riempiti dell’amore di Dio manifestato in Cristo (Rm 5,5; 8,35-39).

Abbiamo già visto con l’elenco delle espressioni a più aggettivi, che forse è questa parte dell’elogio dell'amore che Don Paolino ha più citato. Per esempio conclude la sua critica all’elemosina che diventa alibi con la seconda strofa dell’elogio della carità (v. 4-7), come richiesta del credente che chiede con “insistenza risolutiva” perché prevalga su ogni nostro egocentrismo e insicurezza quella carità “paziente e benigna, [che] non si vanta, non cerca il suo interesse, si compiace della verità” (speranza 34). Oppure in occasione del matrimonio di Giovanna e Andrea, l’indicazione data dall’apostolo (speranza 19) “quando dice che l’amore, la carità, si compiace della verità, si rallegra insieme (1Co 13,6), che è poi fedeltà, che fa pensare al motivo dell’alleanza che percorre la Bibbia”, Don Paolino collega questa insistenza sulla verità al matrimonio. L’amore coniugale che parla di verità non si nutre di desideri irrealizzabili, “Ci sono spazi importanti e preziosi di verità accessibile, riconoscibile e vivibile, anche se non privi di salite”. La via per eccellenza è quella del gesto quotidiano.

Terza Strofa

La novità della terza strofa, dove ritornano i pronomi personali - l’"Io", il "noi" -, è l’inserzione dell’agapè nel tempo. L'amore non viene mai meno (v. 8). La scena cambia, l’agapè non è più descritta per se stessa, ma viene paragonata ad altre realtà dal punto di vista del tempo. Un tempo visto nella prospettiva del suo compimento. L’agapè può contare sul "mai", le altre realtà non godono di una tale permanenza. Le profezie, le lingue e la conoscenza, sono destinate a sparire. Bisogna distinguere le economie, i carismi caduchi dall’agapè che travalica i limiti del tempo.

Tre doni, tre carismi maggiori, sono esplorati. Il paragone tra infante ed adulto si riferisce al parlare in lingue, la visione nello specchio contrapposta al faccia a faccia si riferisce alla profezia, e sulla conoscenza c’è ribaltamento teologico. Ora tutti questi doni saranno aboliti. Il filo conduttore è la conoscenza. Conoscenza ancora frammentaria, che però non si trasforma in conoscenza completa, ma si ribalta cambiando il punto di vista, conoscere come "sono stato riconosciuto". Solo chi ama conosce a fondo, come un riflesso dell’iniziativa divina. Se uno ama Dio è da lui conosciuto.

In fine e a conti fatti, la conclusione non è più argomentata, rimane la triade - la fede, la speranza e l’amore - e nella triade, la più grande è l’agapè. Già in v. 7 l’agapè era il soggetto dei verbi credere e sperare. Infatti, l’amore è l’unica grandezza che travalica il tempo. Nello stesso tempo appartiene al mondo della storia e al mondo futuro.

In questa ultima prospettiva dell’agapè che travalica il tempo, vorrei evocare tre episodi della vita di Don Paolino, che, in un certo senso, hanno già questo sguardo anticipatore a partire dal compimento, compimento dei tempi, compimento della speranza.

Il primo episodio potrebbe essere introdotto dalla testimonianza di Giorgio Ghezzi, quando dice a proposito di Don Paolino (speranza 122) "l’amore brucia e tanto più quando si ricupera la sua vera dimensione, che è quella attiva". Testimonianza che ci porta al testo spesso citato della “risposta a pubbliche proteste” (1996), pubblicata da Piazza Grande, in seguito alle lamentele dei negozianti e residenti in via Castiglione per la presenza ingombrante di gruppi di gente di strada e di poveri in attesa di incontrare Don Paolino. "Non voglio farmi illusioni…", dice Don Paolino, “posso e devo sperare in una bontà più grande che mi precede e, se sono docile, mi sostiene” (speranza 41, ripreso da Accattoli nell'introduzione). Riferisce del disagio percepito da lui stesso, per qualcosa di poco equilibrato, di disordinato, per la confusione e la disorganizzazione del suo agire, e conclude con l’invito, in occasione di questa crisi, a “inventare” (speranza 42), concretizzando la speranza con relazioni rinnovate, “perché ci si possa guardare in faccia senza paura, senza vergogna, senza sottintesi amari” (speranza 42). Anche questo è anticipazione dell’agapè che travalica il tempo, è anticipazione del vedere l’altro faccia a faccia e non in uno specchio deformante.

Poi c’è la già citata lettera a Giancarla, del maggio ’98, dopo l’improvviso arresto cardiaco, dove Don Paolino esprime la semplicità gioiosa e riconoscente di ritrovarsi “così largamente e affettuosamente benvoluto”. Dove il punto di vista è anche quello del compimento, punto di vista dalla fine. “Nel giorno in cui si è avvertito all’improvviso che potevo essere sulla soglia dell’uscita dalla scena di questo mondo”. Don Paolino si chiede il motivo di essere così benvoluto: “forse, qualche volta qualcosa che ho potuto dire, che ho potuto fare, ha fatto ricordare questa commozione che segna la vita; forse anche proprio in segno di debolezza, ne ho lasciato intravedere il bisogno…”

Infine, sempre a partire dal compimento del tempo, il ricordo della mamma nel trigesimo della sua morte (speranza 13). Di nuovo una serie di aggettivi che si correggono a vicenda, come in una comunità che si completa “l’intenso e quieto e commosso e grato ricordo di mia madre rimane per me un modo fondamentale del divino segno materno, della tenerezza che non abbandona, l’amore che la mamma ha dato e l’amore che ha ricevuto” come “segno buono e prezioso dell’amore creante e liberante del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe”. Come segno di questa agapè che non viene mai meno.

Conclusione

Questo elogio dell'amore di 1Co 13, è un invito a coloro che, in Corinto, hanno sete di esperienze straordinarie, un invito ad accedere ad una totale de-possessione di sé per essere presi dalla grande pazienza divina che è l’agapè. Una nuova libertà fatta di pazienza oltre se stesso. L’agapè non è una virtù, non è una perfezione morale, non è un valore che si definisce in se, è movimento di vita. L’agapè cambia tutto in quanto è l’enigma che dice Dio. Come ricorda Don Paolino il credente si scopre amato dall’amore “discretissimo e vincente” che è il Dio vivo (speranza 33).

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[1] Queste riflessioni devono molto a B. Standaert, "1 Corinthiens 13", in : Lorenzo De Lorenzi,, (éd.), Charisma und Agapé (1 Ko 12-14) (Série Monographique de "Benedictina". Section Biblico-Oecuménique 7), Rome, Abbazia S. Paolo, 1983, 127 – 147, e a C. Combet Galland, "L'intrigue amoureuse d'une ode à l'amour", in Daniel Marguerat (ed.) Quand la bible se raconte, Paris, Cerf, 2003, 189-208.

[2] La speranza resistente - Scritti di don Paolo Serra Zanetti con un'appendice di testimonianze a cura di Daniela Delcorno Branca e Giancarla Matteuzzi - Casa Editrice Lo Scarabeo, Bologna, marzo 2005 - Collana dei quaderni di S. Sigismondo (quaderno n. 8).

[3] Standaert, "1Co 13", 127.

[4] Combet-Galland, "intrigue", 194.

[5] Romano Penna, "Solo l'amore non avrà mai fine. Una lettura di 1Cor 13 nella sua pluralità di senso", in: Romano Penna, L'apostolo Paolo. Studi di esegesi e teologia, Milano, Edizioni Paoline, 1991, 226. 229.

[6] Combet-Galland, "intrigue", 195s.

[7] Standaert, "1Co 13", 128.

[8] Penna, "lettura", 232.

[9] Standaert, "1Co 13", 130.

[10] Combet-Galland, "intrigue", 202-204

[11] Ibid.

[12] Standaert, "1Co 13", 132s.

Ultimo aggiornamento Sabato 27 Marzo 2021 19:32